DA “LA NUOVA ECOLOGIA”: REATI DA CANI.

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La legge 281 del 1991 che doveva eliminare il randagismo ha fallito. At­tribuiva ai comuni la re­sponsabilità di costruire e gestire canili adeguati, ridurre il numero dei randagi attraverso la sterilizzazione e favorire le adozi­oni. Ma nonostante siano passati ormai quasi vent’anni sono anco­ra 600mila i cani senza padrone, dei quali 150mila chiusi nei cani­li. Il business che ruota attorno ai canili lager muove 500 milioni di euro, soldi pubblici, come ripor­tato nel Rapporto Zoomafia Lav 2010. Molti comuni demandano ai privati la gestione dei canili. E spesso sono i volontari a sup­plire alle carenze dello Stato per le adozioni e le cure dei cani Novantasette strutture chi­use, 13.157 cani sequestrati, questo il bilancio dei controlli ef­fettuati dai Carabinieri del Nas fra luglio e settembre 2009. Che hanno portato all’accertamento di ben 972 infrazioni: 717 di natura amministrativa e 255 di natura penale. I reati penali sono la de­tenzione dei cani in condizioni tali da non garantire loro incolumità e benessere psicofisico, la falsi­ficazione di modelli all’anagrafe canina, l’uso di medicinali scadu­ti, l’esercizio abusivo della profes­sione veterinaria, la vendita di cani privi della documentazione di identificazione. «Il problema dei cani lombardi è soprattutto dentro i canili, dove il benessere a volte è negato o scarso. Molti cani rischiano di restarci a vita, senza programmi per le adozioni», spiega Patrizia Cami, presidente dell’associazione Il Cercapadrone Onlus che opera in canili convenzionati con vari comuni del milanese e del pavese. «Alcune strutture sono vecchie, prive di adeguati spazi per l’attività motoria e di box idonei – riprende Cami – La legge regionale del 2006 e il regolamento del 2008 hanno introdotto dei paletti, ma non tutti i canili provvedono nei tempi stabiliti. Le gare d’appalto sono spesso al ribasso: le cifre proposte dai privati sono a volte minime, il miglior offerente vince, e per la cruda logica di mercato ai cani non può essere garantito il doveroso benessere. Le convenzioni stipulate dai Comuni a volte non prevedono specifici accordi sulle responsabilità veterinarie e sono ancora poche le amministrazioni che monitorano costantemente la condizione dei randagi». E in altre parti d’Italia la situazione non è certo migliore. «La realtà della regione Lazio non incoraggia l’ingresso dei cittadini nei canili né l’adozione dei cani – racconta Alessio Contini Cadeddu, presidente dell’Associazione canili Lazio – Le strutture si trovano in posti difficilmente raggiungibili e mal segnalati. Le condizioni in cui sono tenuti gli animali in gran parte dei canili scoraggiano i pochi che si avventurano. Per molti gestori privati il randagismo è un business con elevati margini di guadagno rispetto alle rette versate dai Comuni, che sono incompatibili con il benessere animale». Un passo avanti a livello normativo è stato fatto con l’introduzione di una Direttiva regionale nel 2010 che stabilisce linee di comportamento per gli operatori coinvolti nella gestione del randagismo. «Però – conclude Contini Cadeddu – la maggior parte degli enti, comuni, asl e gestori privati, non si è ancora adeguata e continua ad operare in maniera illecita».